Il 6 febbraio 2012 presso la sala del palio a Ponzano V.to, Abilmente Insieme con il sostegno dell’Assessorato al Sociale, hanno organizzato l’incontro con la Logopedista Cristina Foglia e la Psicomotricista Nadia Marangon terapiste presso lo Studio Creattiva di Treviso.
…QUANDO PARLO INCIAMPO… QUANDO CAMMINO SBAGLIO
Controllare le emozioni, parlare, muoversi, coordinarsi pensando a quello che si fa non è sempre facile. Come possiamo aiutare i nostri figli a crescere in armonia con le proprie capacità. Parlare, camminare, muoversi, vivere la quotidianità ci sembra tanto facile, ma quando qualcosa inciampa, si interrompe, tutto si complica, soprattutto per i nostri figli che non sono in grado di esprimere con le “parole” le loro difficoltà e le loro emozioni. Allora diventa indispensabile aiutarli, dargli i mezzi perché possano relazionarsi con il mondo e per essere se stessi.
La logopedia e la psicomotricità sono un’opportunità per i nostri figli che và valutata, prima di tutto da noi genitori, e lo possiamo fare solo quando conosciamo lo scopo e le metodologie di queste discipline, riconoscendo che i nostri figli “soffrono” per le loro incapacità di esprimersi, farsi capire e comportarsi come vorrebbero.
Forse ci aiuterebbe pensare come ci sentiamo noi, quando non ci vengono le parole per esprimerci efficacemente, quando di fronte ad una pagina bianca non ci viene nulla da scrivere, quando leggiamo un testo e non capiamo niente perché non abbiamo le competenze per decifrarlo, o quando le emozioni ci impediscono di capire o ricordare quello che l’altro sta dicendo e di interagire con lui, quando le relazioni con gli altri sono complicate da una nostra incapacità di gestirle, anche se noi vorremmo tanto fossero diverse.
Logopedista Cristina Foglia CHE COS’E’ LA LOGOPEDIA
Il termine “logopedia” significa “educazione al linguaggio”: come disciplina la logopedia si occupa quindi del linguaggio umano, inteso come capacità di comunicare per relazionarsi con il mondo.
La comunicazione avviene attraverso il linguaggio verbale, ma anche attraverso la voce, la mimica facciale, l’espressione del viso, i gesti e il corpo. Tali canali, pur non essendo oggetto primario dell’intervento logopedico, rivestono ugualmente una notevole importanza in quanto strumenti preziosi per creare situazioni a valenza comunicativa.
Il logopedista instaura con il bambino un rapporto di empatia, e lo sostiene in un percorso mirato a garantirgli la possibilità di interagire con il mondo con tutti i mezzi disponibili, partendo dai prerequisiti base (sociali e cognitivi). Tale percorso è costruito sul bambino e sulla sua unicità, e prevede spesso dei tempi piuttosto lunghi, alternati a periodi di assimilazione, in cui il bambino elabora e fa sue le modalità d’espressione acquisite durante le sedute.
In questo contesto il logopedista si occupa di promuovere un corretto sviluppo funzionale delle strutture anatomiche necessarie a realizzare il linguaggio, in particolare il distretto oro-facciale (specialmente labbra e lingua). Semplificando molto, potremmo dire che il logopedista realizza una serie di attività mirate a ottenere un funzionamento muscolare sufficiente per produrre un linguaggio comprensibile, e garantire la capacità di deglutire in modo efficace il cibo. Stimolare un adeguato sviluppo delle funzioni orali permette inoltre di prevenire abitudini orali errate o parafunzioni, come l’abitudine scorretta di posizionare la lingua tra le arcate dentali o il succhiamento della lingua stessa, che nel tempo possono creare malocclusioni dentali e recidive dopo trattamenti ortodontici.
IL BAMBINO IN ETA’ SCOLARE
Al bambino in età scolare l’ambiente richiede la capacità di imparare a leggere, scrivere e far di conto. In questa fase il logopedista sostiene il bambino nel processo di acquisizione e consolidamento degli apprendimenti, potenziandone le abilità di base, linguistiche (capacità di riconoscere i suoni, di fonderli in parole, ecc) e non linguistiche (attenzione, memoria, ecc).
In quest’ambito l’aspetto diagnostico risulta molto importante, in quanto una diagnosi corretta e precoce permette al bambino di costruire un rapporto positivo con la scuola. La modalità più spesso utilizzata nelle prime fasi dell’apprendimento (scuola elementare) prevede una prima valutazione testologica, che permette di formulare un’ipotesi diagnostica, seguita da un trattamento, con durata variabile dai 3 ai 9 mesi.
Al termine del primo periodo di trattamento viene posta una prima diagnosi, la quale in alcuni casi può essere successivamente modificata in base allo sviluppo successivo del bambino/ragazzo.
Quando il bambino cresce, spesso l’aspetto più pregnante risulta quello dello studio: in questo momento il logopedista sostiene il ragazzo nella selezione di strumenti compensativi (vicarianti) e nell’organizzazione di un metodo di studio adeguato alle sue risorse, che gli permetta di essere autonomo e capace di utilizzare e dimostrare il suo sapere, facendo emergere i suoi punti di forza.
Lo scopo ultimo della logopedia, in qualunque ambito e a qualunque età, è portare il bambino/ragazzo al raggiungimento del maggiore livello di efficacia comunicativa possibile, in relazione ai suoi bisogni e alle sue abilità, permettendogli in tal modo di costruirsi come persona e interagire con gli altri, al massimo delle sue potenzialità. Perciò è fondamentale lavorare sempre e comunque sulle necessità del bambino/ragazzo.
LE TECNICHE
Le tecniche variano molto in base alla difficoltà che si affronta e all’età, è un percorso che si “inventa” con il bambino e in base al bambino, e che può iniziare già intorno ai 2 anni 2 anni e ½:
- Interazione facilitante: si tratta di una modalità interattiva in cui il logopedista utilizza strategie conversazionali ben precise, scelte in base ai bisogni comunicativi del bambino, con l’obiettivo di consentirgli di esprimere in forma verbale il contenuto che desidera comunicare. Quando si usa questo tipo di tecnica il bambino con difficoltà di linguaggio sperimenta il successo comunicativo, e questo riduce notevolmente il suo grado di stress, aumentando perciò anche la disponibilità al trattamento. Alcune tecniche vengono passate a genitori e insegnanti, in modo che il bambino possa sentirsi un comunicatore efficace nel suo contesto quotidiano di vita.
- Gioco simbolico e di socializzazione, che permettono al terapista di capire meglio il tipo di bisogno comunicativo di quel bambino, e forniscono un contesto per l’uso espressivo e libero del linguaggio.
- Lettura dialogica: lettura in forma di dialogo, nella quale il bambino assume un ruolo attivo. Si tratta di una tecnica complessa, che prevede diversi gradi di strutturazione a secondo dell’obbiettivo per cui viene usata.
- Attività a tavolino con materiale figurato, di solito utilizzata per gli obbiettivi specifici del trattamento (es: morfologia, prerequisiti della lettura, ecc)
- Attività con programmi computerizzati, selezionati in base agli obbiettivi specifici (es: attenzione sostenuta, velocità di lettura, ecc)
Psicomotricista Nadia Marangon CHE COS’E’ LA PSICOMOTRICITA’?
Non è semplice definire la psicomotricità. Essa infatti è allo stesso tempo una disciplina, una concezione teorica e una operatività pratica.
DISCIPLINA_ La psicomotricità è una disciplina preventiva, educativa e terapeutica nata in Francia dall’incontro di scienze umanistiche ( psicologia, psicanalisi e pedagogia) e mediche (neurologia e neuropsichiatria infantile).
CONCETTO_ La psicomotricità affida al corpo un ruolo centrale, valorizzandolo nelle sue componenti motorie e toniche. Il tono in particolare diviene fondamentale per lo psicomotricista. Esso infatti acquisisce un significato profondo, che va al di là dell’aspetto funzionale (lo stato di tensione permanente del muscolo a riposo) per divenire mezzo di espressione della totalità dell’individuo, anche dei suoi aspetti affettivo-emozionali.
La psicomotricità considera l’individuo nella sua globalità psicocorporea: guarda infatti all’integrazione tra aspetti motori, cognitivi, affettivi, comunicativi e relazionali. Es. Nell’atto di afferrare un oggetto eseguito da un bimbo di pochi mesi, si colgono aspetti motori-funzionali (il movimento del braccio e della mano) che indicano allo stesso tempo aspetti relativi alla cognizione e all’affettività (percezione dell’oggetto come separato da sé, desiderio dell’oggetto, distacco dalla madre, …).
La persona inoltre è vista nella sua unicità: in psicomotricità il soggetto può esprimersi liberamente in un contesto non giudicante. A partire da questa libertà espressiva (che permetterà quindi anche la manifestazione dei cosiddetti “sintomi”) il soggetto potrà raggiungere il benessere, trovare un equilibrio personale ovvero la propria identità psicomotoria. È infatti questa la finalità dell’intervento psicomotorio. A livello terapeutico, l’acquisizione di capacità e/o comportamenti (il motivo che induce i genitori a rivolgersi allo psicomotricista) diventano obiettivi solo secondariamente e a lungo temine.
OPERATIVITA’ PRATICA_ L’intervento psicomotorio è l’applicazione concreta della psicomotricità. Esso avviene, sia in ambito educativo, sia in ambito terapeutico.
Nel primo caso l’intervento è rivolto a favorire un armonico sviluppo psicomotorio e a prevenire eventuali difficoltà.
Nel secondo caso la terapia psicomotoria è finalizzata all’armonizzazione dell’identità psicocorporea (che si potrebbe tradurre come “star bene nel proprio corpo”).
Nello specifico gli interventi di terapia psicomotoria in età evolutiva sono rivolti a bambini con: . Ritardi psicomotori e disarmonie motorie . Instabilità e inibizioni psicomotorie . Turbe dell’attenzione e della concentrazione. . Difficoltà di comunicazione e di relazione. . Vissuti e disturbi secondari a handicap organici. I bambini che portano in sé una disabilità sfogano con la psicomotricità le tensioni del loro vissuto, le difficoltà ad accettarsi e a farsi accettare.
A LIVELLO METODOLOGICO _La psicomotricità utilizza tecniche a mediazione corporea e in primis il gioco e il rilassamento. Di particolare importanza risulta il setting costituito dallo spazio-tempo della seduta e dallo psicomotricista stesso, che adotta un particolare atteggiamento empatico, non giudicante, di ascolto e accettazione del bambino e dei suoi “sintomi”.
Gli spazi della sala di psicomotricità sono molto importanti: come il bambino li usa fa capire molto di lui e del suo sviluppo psicomotorio. La stanza di psicomotricità può virtualmente essere suddivisa in quattro spazi:
- Uno spazio tonico emozionale: un angolo morbido e tranquillo in cui fare giochi rilassanti come il dondolare, il cullamento,…;
- Uno spazio sensomotorio: dedicato a giochi dinamici di coordinazione generale (salti, corsa, tuffi, salire, cadere, ….);
- Uno spazio dedicato al gioco simbolico dove poter giocare al “far finta” e usare materiale volutamente poco strutturato (corda, bastoni, cerchi, cubi,…);
- Lo spazio rappresentato dal tavolino, dove poter rielaborare l’esperienza vissuta usando costruzioni, pongo, colori e pennarelli.
IL GENITORE
E il genitore in tutto questo che ruolo ha? come può essere partecipe lungo il percorso di acquisizione delle “giuste” capacità relazionali?
Il terapista instaura con il genitore, che arriva carico d’ansia, un rapporto di fiducia, il genitore è stimolato ad esprimere i propri dubbi, dando indicazioni sul percorso nei tempi e nelle modalità per arrivare agli obiettivi condivisi. Lungo il percorso il genitore sarà informato degli sviluppi del figlio, se il bambino è molto piccolo e ha difficoltà a lasciare la mamma, lei stessa condividerà con lui le attività.
I genitori saranno messi al corrente delle sue caratteristiche che si stanno rivelando e sviluppando, essere consapevoli delle difficoltà e del percorso che i nostri figli stanno facendo ci rende più partecipi, ci aiuta a giudicarli meno e a capirli di più, ad essere meno razionali e più vicini ai loro sentimenti.
Rimane il pensiero del tempo, quanto tempo è necessario, i 3 mesi canonici o un percorso basato sulle dinamiche in divenire del bambino? La visione nella sua globalità: il sostegno psicologico, logopedico, psicomotorio ed occupazionale posso dare in 3 anni al bambino tutto il sostegno necessario alla conoscenza di se e allo sviluppo delle sue capacità?
Un percorso lungo, ed impegnativo spesso anche a livello economico, che il genitore vorrebbe poter misurare concretamente in termini di “punteggio”, ma che spesso sono fuorvianti dello sviluppo futuro del bambino. Il “mondo”, in cui siamo compressi anche noi genitori, preme, perché i nostri figli siano adeguati, quindi 3 anni sono tanti e 3 mesi sono pochi ed il tempo di assimilazione ci sembra tempo di abbandono. Noi forse dovremmo pensare a come loro vivono questo percorso, cercando di contenerli all’interno del nostro amore e della nostra comprensione ricordandoci che il loro benessere, lo “star bene nei propri panni” è ciò che loro desiderano di più e che non è diverso da ciò che noi desideriamo per loro.
Ringraziamo le terapiste per la loro chiarezza e la loro capacità di trasmetterci serenità anche quando si parla dei nostri figli e dei loro piccoli o grandi “sintomi”.
Abilmente Insieme